Tunisia 6 marzo 1943, operazione Capri

La dura sconfitta subita dalle forze dell’Asse nella seconda battaglia di El Alamein (secondo altri storici la terza) combattuta nel deserto egiziano dal 23 ottobre al 4 novembre 1942 e il contemporaneo sbarco delle truppe statunitensi nell’Africa occidentale francese, vengono identificate da molti come la conclusione della lunga e contrastata guerra in Africa settentrionale. In realtà si doveva ancora scrivere l’ultimo capitolo, non meno glorioso dei precedenti, quello della battaglia di Tunisia, che si concluderà con la resa della 1ª armata italiana il 13 maggio del 1943.

Dopo l’operazione Torch che portò le truppe americane in terra d’Africa l’8 novembre 1942, di fronte alla scarsa o nulla opposizione allo sbarco da parte delle truppe francesi del Governo collaborazionista del Maresciallo di Francia Henry Pétain, i tedeschi decisero di occupare la Francia di Vichy. La sera del 10 novembre due armate germaniche e una italiana dettero il via all’operazione Anton, l’occupazione dello “Stato francese” questa era la denominazione ufficiale della Francia rimasta formalmente libera e della parte di Africa settentrionale non ancora occupata della truppe americane, per predisporvi l’estrema e ultima resistenza delle truppe dell’Asse in terra africana.

La resistenza francese, come era avvenuto di fronte allo sbarco americano in Algeria e Marocco fu poco più che simbolica. I circa 50.000 uomini dell’esercito presero posizione attorno a Tolone, per difendere la città ma quando furono messi di fronte alla richiesta di disperdersi e consegnare le armi, decisero di non affrontare il nemico, per evitare inutili spargimenti di sangue. L’unico rilevante atto di resistenza francese fu l’autoaffondamento della flotta nella base di Tolone, che d’altra parte era l’obiettivo primario della stessa operazione. L’ammiraglio Jean de Laborde, riuscì a negoziare una piccola tregua, che permise di far partire le navi di nascosto, unità navali che poco dopo si auto affondarono al largo della città. Il naviglio perso ammontava a 3 corazzate, 7 incrociatori, 28 cacciatorpediniere e 20 sommergibili.

Già nel mese di dicembre le forze dell’Asse in terra di Tunisia avevano raggiunto grazie allo sforzo della Regia Marina e della Luftwaffe, la ragguardevole cifra di circa 100 mila uomini e cui si sarebbero presto aggiunti i reparti in ritirata dall’Egitto per predisporre l’ultima resistenza. Queste forze si potevano avvalere di un sistema di fortificazioni, noto come Linea del Mareth, costruita dai francesi in funzione anti italiana, la maginot africana era un sistema di fortificazioni, lungo 35 km, costruito presso la città costiera di Médenine, nel sud della Tunisia e di pochi ma inarrestabili carri armati tedeschi Tiger I e Tiger II inquadrati nell’esperto Schwere Panzerabteilung 501.

Il comando della forze italiane venne affidato al generale Giovanni Messe, che tanto bene aveva fatto in terra sovietica al comando del Corpo di Spedizione Italiano in Russia noto come C.S.I.R. che giunse in Tunisia il 1° febbraio. Il 6 dello stesso mese le truppe italo-tedesche in ritirata da El Alamein completavano lo schieramento sul vecchio confine libico-tunisino e il successivo 23 veniva costituito il gruppo d’armate Afrika (in tedesco Heeresgruppe Afrika) agli ordini del Feldmaresciallo tedesco Erwin Rommel che schierava la 1ª Armata italiana attivata quello stesso giorno e la 5ª Armata corazzata tedesca.

L’armata italiana che schierava anche quello che rimaneva dell’Afrika Korps con la gloriosa 164ª divisione leggera, la 15. panzer e una brigata paracadutisti tedesca (Fallschirmjäger-Brigade Ramcke), risultava strutturato su due corpi d’armata, il XX al comando del generale Taddeo Orlando e il XXI comandato dal generale Paolo Berardi, che schieravano la 136ª Divisione di fanteria “Giovani Fascisti” oltre a quel che rimaneva delle divisioni Trieste, Pistoia Folgore e Spezia. Questi reparti erano schierati nella Tunisia meridionale con di fronte la veterana Eight Army britannica su due corpi d’armata britannici il X e XXX e il gruppo francese del generale Leclerc.

L’armata germanica che includeva la 10. Panzer-Division, la Division von Broich e il XXX corpo d’armata del generale Vittorio Sogno con le divisioni Superga, la corazzata Centauro, la 50ª Brigata speciale “Imperiali” e il reggimento di fanteria San Marco, era schierata nella parte centrale e settentrionale del paese, si trovava a fronteggiare la First Army britannica forte di due corpi d’armata britannici il V e il IX, il possente II corpo d’armata americano con quattro divisioni di cui una corazzata con circa 90 mila uomini e le forze della francia Libera inquadrate nel XIX corpo d’armata.

Sui circa seicento chilometri dell’ultimo fronte d’Africa si trovavano schierati 99 battaglioni di fanteria italo-tedeschi contro i circa 162 alleati con inglesi, neozelandesi, americani e francesi, 1.700 pezzi di artiglieria contro circa 3.000 alleati, circa 400 velivoli dell’Asse contro i 2.750 alleati. Insomma una situazione di netta inferiorità in tutti i settori, come nella battaglia di El Alamein con l’aggravante dell’aggiunta delle forze statunitensi, che seppur inesperte mettevano sulla bilancia equipaggiamenti e armi in quantità mai vista in precedenza.

Si era da poco conclusa la battaglia del Passo di Kasserine, ultimo vero successo tattico-operativo delle forze-italo tedesche in Africa e una delle più pesanti sconfitte subite dall’esercito americano nella seconda guerra mondiale, quando il 6 marzo 1943, veniva dato il via all’operazione Capri. Quello stesso giorno il II corpo d’armata americano, pesantemente sconfitto a Kasserine dalle forze corazzate italo-tedesche, veniva affidato al comando dell’energico generale George Patton con il compito di migliorarne il rendimento e risollevare il prestigio dell’esercito americano.

Dopo la vittoriosa battaglia combattuta dal 19 al 25 febbraio ad ovest, principalmente contro le forze statunitensi, duramente sconfitte con oltre 6 mila soldati e 235 mezzi corazzati messi fuori combattimento, Rommel cercò di mettere in difficoltà anche le forze alleate schierate nel settore meridionale del fronte tunisino. Lo scontro principale avvenne nella località di Médenine, principale città della Tunisia sudorientale, posta a pochi chilometri dalla linea fortificata del Mareth, dove erano schierate le esperte forze della Eight Army britannica.

La divisione La Spezia e la 90ª leggera tedesca vennero incaricate di attaccare frontalmente a nord per un’azione dimostrativa, mentre i reparti corazzati germanici effettuavano un attacco lungo un fronte di 15 km a sud verso il rilievo montuoso di Tadjer Khir. Il nemico protetto da estesi campi minati, riuscì a respingere l’attacco condotto dal generale Messe, che si concluse dopo la perdita di 52 carri per l’Asse nel settore sud. Rommel alle 5 del pomeriggio decretava la sospensione della manovra, sarebbe stata la sua ultima azione di comando in terra africana.

Come in molti casi precedenti gli inglesi erano perfettamente informati dei piani di attacco dell’Asse grazie al fatto che dalla primavera del 1941, il servizio segreto britannico decifrava puntualmente i messaggi cifrati trasmessi da enigma, il sistema utilizzato dalle forze armate germaniche durante la seconda guerra mondiale. Nella dura battaglia nonostante tutte le difficoltà dovute al dominio dell’aria da parte delle forze aeree alleate, i piloti dei Macchi M.C.202 della Regia Aeronautica rivendicavano 19 aerei della RAF e due aerei dell’USAF a fronte della perdita di due caccia.

Il 9 marzo 1943 dopo oltre due anni di gloriosa permanenza sugli infuocati campi di battaglia del nord Africa, spesso in prima linea con il suo famoso mezzo comando corazzato, Rommel cedeva il comando delle forze al tenente generale Hans-Jürgen von Arnim comandante della 5. Panzerarmee e volava a Roma per poi rientrare in Germania ufficialmente per motivi di salute. Sebbene il suo rientro fosse programmato al termine delle cure, non sarebbe più ritornato in Africa, anche se gli Alleati continuarono a pensare di averlo di fronte fino alla fine delle operazioni.

Pochi giorni dopo e precisamente il 16 marzo Montgomery comandante della Eight Army britannica dava il via all’operazione pugilist, il primo tentativo di sfondamento della linea del Mareth. Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci, Vi diamo appuntamento al prossimo. Mi piace e commenti e/o suggerimenti su come migliorare l’articolo e il blog in generale saranno molto graditi.

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