15 febbraio 1936, vittoria italiana nella battaglia dell’Amba Aradam

L’Amba Aradam è un altopiano montuoso situato nella parte settentrionale dell’Etiopia, precisamente nella regione del Tigrè, a circa 500 km a nord della capitale Addis Abeba. La parola Amba significa “monte”, mentre Aradam è il nome proprio dato alla montagna. Su questo massiccio di oltre 2700 metri, si consumò una delle battaglie decisive della guerra di Abissinia, come veniva chiamata in quei tempi l’odierna Etiopia. Prima di arrivare alla trattazione vera e propria dell’oggetto del nostro post odierno, inquadriamo brevemente la guerra d’Abissinia iniziata il 3 ottobre 1935.

Quel giorno circa 100 mila soldati nazionali e circa 25 mila coloniali, al comando del generale Emilio De Bono attaccavano l’Impero di Hailé Selassié, penetrando da nord dalla colonia dell’Eritrea e da sud dalla Somalia italiana. Già il 6 veniva conquistata Adua e poco dopo veniva presa Axum, ma poi le operazioni proseguirono troppo a rilento e così Mussolini che voleva chiudere la partita nel minor tempo possibile, esonerò De Bono, che prima di proseguire la marcia voleva rafforzare le posizioni appena conquistate, rimpiazzandolo il 17 dicembre con il generale Pietro Badoglio.

Pochi giorni dopo, il Negus Hailé Selassié lanciò l’offensiva di Natale per saggiare la forza italiana ottenendo uno stallo delle operazioni. Verso la metà di gennaio del 1936 Badoglio si rimetteva in moto, facendo avanzare nuovamente le proprie truppe adoperando carri armati CV33, artiglieria e anche bombe all’iprite, come scrive a pagina 28 del libro nel suo libro Brassey’s Dictionary of Battles, lo storico militare australiano John Laffin. Schierate per cercare di contrastare il movimento in avanti di Badoglio, vi erano consistenti forze etiopi, divise in tre grandi gruppi e posizionate sulle colline che dominavano le posizioni tenute dal Regio Esercito.

Al centro erano schierati i circa 40.000 uomini di ras Cassa Darghiè assieme a ras Sejum Mangascià con circa 30.000 uomini. Sul fianco destro etiope si trovava schierata l’armata di ras Mulughietà, la più consistente forte di circa 80.000 uomini in posizione elevata sull’Amba Aradam, infine sul fianco destro vi erano i circa 40.000 uomini di Ras Imru. Badoglio dal canto proprio schierava cinque corpi d’armata e precisamente a destra il II ed il IV corpo davanti alle posizioni tenute da ras Imru, al centro si trovava il Corpo d’armata eritreo contrapposto ai ras Cassa e Sejum, mentre contro ras Mulughietà si trovavano invece il I ed il III corpo d’armata.

Il piano elaborato da Badoglio e dal suo Stato Maggiore, prevedeva come prima cosa la distruzione della possente armata di ras Mulughietà, spodestandola dalle sue posizioni dominanti sull’Amba Aradam si apriva la strada verso la capitale imperiale. I piani di Badoglio dovettero però essere cambiati, a causa della pressione che i ras Cassa e Sejum stavano esercitando sulle nostre truppe. A quel punto Badoglio fu costretto a cambiare i piani elaborati e decise che era necessario eliminare prima i due eserciti di ras Cassa Darghiè e di ras Sejum Mangascià. Si arrivò così alla Prima Battaglia del Tembien, combattuta dal 20 al 24 gennaio 1936, che si concluse con la vittoria italiana e la conseguente ritirata di ras Cassa.

Il 9 febbraio Badoglio tenne una conferenza stampa nel suo quartier generale annunciando che l’ostacolo che si frapponeva tra gli italiani e Addis Abeba stava per essere liquidato, riferendosi a ras Mulughietà e alla sua armata che si trovava ancora sul monte Amba Aradam. La montagna era composta di due parti, a scogliera, conosciuta dagli italiani come “La spina di pesce” e a destra di questa un picco piano chiamato il “Cappello da prete”. Se il numero dei combattenti agli ordini dei due comandanti più o meno si equivalevano, Badoglio poteva senza dubbio contare su un netto vantaggio sia numerico che tecnologico, sia nelle armi automatiche che nell’artiglieria.

L’unico vantaggio di Mulughietà, come recita la la pagina 78 dell’opera dello storico militare australiano, era la posizione strategica in cui le sue truppe si trovavano. Alle 8 del mattino del giorno successivo alla conferenza stampa, Badoglio lanciò all’attacco i reparti del Regio Esercito e delle camicie nere, tenendo invece i coloniali in riserva. Vecchio ufficiale proveniente dall’artiglieria, Badoglio predispose una consistente preparazione facendo battere le posizioni nemiche con quasi 23 mila colpi fra cui secondo alcuni storici molti caricati con gas venefici, in aperta violazione alle convenzioni firmate dal nostro paese.

L’11 febbraio le camicie nere della 4ª Divisione CC.NN. “3 gennaio” e gli alpini della 5ª Divisione alpina “Pusteria” del III corpo avanzarono da Gabat presso la parte ovest dell’Amba Aradam, mentre nello stesso tempo il I corpo d’armata si mosse a est del monte. Ras Mulughietà si accorse troppo tardi del piano degli italiani per accerchiare le sue posizioni ma a mezzogiorno del 12 febbraio, attaccò comunque con gran parte delle sue forze il nostro schieramento, ma non riuscì a fermare gli alpini che continuarono la loro avanzata verso Antalo.

Nel frattempo l’artiglieria e la nostra aviazione continuava a battere pesantemente le posizioni tenute dagli etiopi. Alla sera del 14 febbraio, gli italiani avevano raggiunto le posizioni desiderate e si preparavano all’assalto finale, completando le operazioni di accerchiamento della montagna nella mattina del 15 febbraio, sotto la copertura dell’oscurità e di una densa nebbia. Quando giunse la luce del giorno e le dense nubi si diradarono, gli etiopi lanciarono l’ultimo attacco disperato, ma ormai erano accerchiati. Al calar della sera la battaglia poteva dirsi conclusa, con la completa vittoria delle nostre armi, ma non era ancora del tutto finita.

Come riporta A. J. Barker a pagina 82 del suo libro Rape of Ethiopia 1936 (stupro dell’Etiopia), il cui titolo già tradisce il punto di vista dell’autore:

“Badoglio non ebbe nessuna pietà delle truppe etiopi, per i quattro giorni seguenti fece sganciare bombe all’iprite sulle colonne in rotta”

Se il 15 febbraio un battaglione dell’esercito guidato dal duca di Pistoia, Filiberto di Savoia-Genova conquistò la cima dell’Amba ponendo di fatto fine alla battaglia, la stessa viene considerata conclusa dagli storici il giorno 19, con la completa distruzione della potente armata di Ras Mulughietà. Il risultato finale venne conseguito anche grazie all’aiuto ricevuto dalla tribù degli Azebo Galla, un’etnia appartenente al gruppo Oromo. Noti come combattenti determinati e feroci, gli Azebo Galla tradizionali avversari degli Amhara, con la nascita dell’Africa Orientale Italiana furono inglobati nella colonia Eritrea, andando a costituire un Commissariato col nome di Paese dei Galla e con capoluogo la cittadina di Allomatà.

Da ricordare che dopo la caduta di Gondar, ultima roccaforte italiana nei territori dell’Impero il 27 novembre 1941, alcuni ufficiali italiani e molti ascari dettero vita ad una accesa guerriglia contro le truppe britanniche che avevano occupato l’Africa Orientale Italiana e restaurato l’Impero di Hailé Selassié. Nel 1942 gli Azebo Galla si sollevarono contro le truppe britanniche, ancora una volta a fianco degli italiani, e le loro azioni di guerriglia durarono a lungo costituendo una minaccia alle comunicazioni militari inglesi sulla direttrice Dessiè-Macallè.

Tornando alla battaglia oggetto del nostro post, Tadessa Mulugeta, figlio di ras Mulughietà e comandante della retroguardia, venne ucciso durante le fasi finali della battaglia, combattendo proprio contro la tribù dei Galla e il suo corpo venne da questi ultimi mutilato. Quando ras Mulughietà ricevette la notizia di questo oltraggio, cercò di attaccare il villaggio per vendicarsi, ma venne ucciso da una mitragliata aerea. Alla battaglia dell’Amba Aradam seguirà la Seconda battaglia del Tembiem (27-29 febbraio) durante la quale Badoglio distrusse gli eserciti di ras Cassa Darghiè e ras Sejum.

Prima di chiudere vogliano citare l’aneddoto che accompagna l’Amba Aradam e la sua battaglia. Molti di noi hanno sentito dire “è un ambaradan”, citato come parola unica con la “m” finale sostituita da una “n”. Ciò si allaccia al fatto che nella battaglia intervennero alleandosi con gli italiani oltre ai Galla, altre tribù che durante la battaglia cambiarono campo alleandosi con l’esercito di Hailé Selassié. A un certo punto dello scontro si diffusero una confusione e incertezza, che impedivano alle parti in lotta, di capire chi fosse il proprio alleato e chi il nemico. Quando i soldati che combatterono in Etiopia tornarono in Patria, della cosa ho un ricordo personale riferito a mio nonno materno, di fronte a una situazione disordinata e caotica, cominciarono a definirla “come ad Amba Aradam”.

Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci, Vi diamo appuntamento al prossimo. Mi piace e commenti e/o suggerimenti su come migliorare l’articolo e il blog in generale saranno molto graditi.

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