A oltre 80 anni dai fatti, localizzato il relitto di un sommergibile italiano affondato in Egeo

Il 10 giugno 1940, Mussolini dal balcone di palazzo Venezia annunciava al mondo la dichiarazione di guerra contro Francia e Inghilterra. Al momento dell’ingresso del Regno d’Italia nel secondo conflitto mondiale, la Regia Marina, per numero di unità e dislocamento in tonnellate di navi da guerra, si collocava quinta nella classifica delle marine più grandi al mondo e poteva dispiegare una notevole componente di battelli subacquei, seconda solo all’Unione Sovietica e avvantaggiata dall’unità del teatro di operazioni: il Mar Mediterraneo e una parte dell’Oceano Atlantico.

I sommergibili italiani il primo giorno di guerra, erano presenti nel considerevole numero di 115, saliti nel corso del conflitto con le nuove costruzioni fino a 172 unità. Operarono in ben quattro teatri di guerra, il principale fu naturalmente il Mar Mediterraneo, ma un folto numero di essi partecipò alla gigantesca “battaglia dei convogli” combattuta principalmente nelle acque dell’Oceano Atlantico a fianco dei battelli germanici. Alcuni infine operarono per breve tempo nel Mar Rosso, nei territori dell’Impero, mentre i piccoli definiti “tascabili” nel Mar Nero, durante le operazioni di assedio alla piazzaforte sovietica di Sebastopoli in Crimea.

Prima di proseguire, una breve doverosa parentesi. Nel linguaggio marinaresco i termini “sottomarino” e “sommergibile” individuano differenti tipologie di unità. Il primo si riferisce alle unità ottimizzate a navigare e combattere in immersione piuttosto che in superficie. Il termine “sommergibile” si riferisce ai mezzi navali che presentano prestazioni in immersione (in particolare la velocità) inferiori rispetto a quelle in emersione. A questa categoria appartengono le unità progettate fino alla fine del secondo conflitto mondiale, per lo più dotate di armamento cannoniero sul ponte, perché ottimizzate a combattere in superficie. Lo spartiacque tra sommergibili e sottomarini è rappresentato dagli U-Boot Tipo XXI del 1944.

Nel corso della guerra, ben 84 battelli italiani andarono perduti, per le più svariate cause. Affondati durante la caccia antisom da parte di unità di superficie, altri affondati da unità similari, altri a causa del bombardamento aereo, principalmente da parte degli idrovolanti britannici, altri per problemi tecnici. Di alcuni di essi non si conosce precisamente il destino, si sa solo che non rientrarono alla base e furono dichiarati ufficialmente dispersi, per parecchi di essi non si conosce neppure il luogo preciso dell’affondamento e i parenti di quei valorosi non hanno neppure un posto dove portare una corona.

E’ della fine di questo travagliato 2021 la notizia che a oltre 80 anni da quei tragici eventi, uno dei nostri 84 sommergibili italiani, affondati durante il più spaventoso conflitto nella storia dell’umanità è stato ritrovato sui fondali del Mar Egeo. Così riferisce una giornale greco, notizia rimbalzata in Italia grazie a un blog “Conlapelleappesaunchiodo” creato in ricordo dei militari e civili italiani scomparsi in mare durante la seconda guerra mondiale:

«Il sommergibile italiano Jantina, affondato il 5 luglio 1941 dai siluri del sommergibile britannico HMS Torbay, è stato localizzato a una profondità di 103 metri, al largo di Mykonos. Il rilevamento è stato reso possibile grazie ai veicoli sottomarini telecomandati a disposizione dell’azienda del signor Thoktaridis nell’ambito delle ispezioni di progetti sottomarini, come condotte e cavi»

Il battello italiano, dislocato a Rodi in seno alla 52ª Squadriglia del V Gruppo Sommergibili, reduce da alcune missioni di guerra, si trovava in navigazione da Lero a Brindisi, dopo che il 27 giugno lo stesso era stato pesantemente danneggiato da bombe di profondità. Lo Jantina, unità che dislocava in immersione 810 tonnellate ed era armato con 4 tubi lanciasiluri da 533 mm a prora e 2 a poppa, oltra a un cannone da 102 mm, quel giorno di fine giugno, si trovava al largo delle acque egiziane, quando dopo aver lanciato un siluro contro un cacciatorpediniere britannico, venne sottoposto dallo stesso a due giorni di pesante caccia antisom.

Lo stesso risultò danneggiato in maniera significativa, venne quindi deciso il rientro in Italia, precisamente a Brindisi, dove era atteso per effettuare importanti lavori di riparazione, quando alle 18.45 del 5 luglio 1941, fu avvistato dal sommergibile inglese, il sopra citato Torbay. Il nostro sottomarino di piccola crociera, stava navigando in emersione, quando il battello inglese gli lanciò contro ben sei siluri. Le armi vennero avvistate, ma non si riuscì ad evitarle. Centrato da due siluri – uno a prua e l’altro a centro nave –, lo Jantina s’inabissò in meno di un minuto, trasportando sul fondo quasi l’intero equipaggio

In quel tragico giorno del secondo anno di guerra, la maggior parte dei 47, secondo altre fonti 48, marinai italiani componenti l’equipaggio perirono in quell’episodio di guerra. Fra di essi il comandante, Capitano di Corvetta Vincenzo Politi ed altri tre ufficiali; soltanto in sei si salvarono, raggiungendo a nuoto la vicina Mykonos. Per decenni nessuno ha mai saputo dove fossero precisamente sepolti questi nostri marinai, da oggi finalmente i parenti potranno andare sul posto per ricordarli.

Ricordiamo prima di chiudere il nostro post che furono due i battelli italiani a portare il nome di Jantina. Il primo che portava questo nome, dislocava in immersione 205 tonnellate, varato nel 1912, entrò in servizio l’anno successivo, prendendo parte alla grande guerra, impiegato principalmente nella difesa costiera. Rimase in servizio fino al dicembre 1917, quando venne disarmato per essere poi radiato l’anno successivo. Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci, Vi diamo appuntamento al prossimo. Mi piace e commenti e/o suggerimenti su come migliorare l’articolo e il blog in generale saranno molto graditi.

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