Etiopia 11 aprile 1939, la battaglia e il massacro di Caia Zeret

Nel nord della regione dello Scioa, in Etiopia, a circa 150 km dalla capitale Addis Abeba, esiste una zona denominata Caia Zeret. A metà della parete si apre un gigantesco antro basaltico con un’imboccatura di ottanta metri per cinque, è l’Amazegna Washa, la «grotta dei ribelli», teatro dell’episodio che andiamo a narrare nel nostro post. Siamo nella primavera del 1939, e la guerra contro l’Etiopia è ufficialmente conclusa con la vittoria delle armi italiane da quasi tre anni, ma la resistenza abissina specialmente nella regione dello Scioa, rimane molto attiva. La regione era di grande importanza in quanto di lì passavano le principali vie di comunicazione che collegavano la capitale al nord della colonia ma allo stesso tempo quella stessa regione era anche la roccaforte della resistenza etiope: gli arbegnuoc, guidati dall’astuto Abebe Aregai, che aveva la sua base nei pressi di Ancober, l’antica capitale dello Scioa.

Le nostre truppe indigene composte principalmente da ascari eritrei con a capo ufficiali italiani sono impegnate in vaste zone dell’Impero in quelle che vengono definite “Grandi operazioni di Polizia coloniale” atte a stroncare la resistenza abissina e normalizzare il paese. Una importante operazione scattata nel febbraio 1939, al comando del colonello Orlando Lorenzini, responsabile del settore nord orientale dello Scioa, ha portato nei primi giorni di aprile dello stesso anno all’accerchiamento di consistenti nuclei di “ribelli”, nella zona di Caia Zeret. Una colonna di Arbegnouc guidati dallo stesso Abebe Aregai, riesce a fuggire mentre un altra più vulnerabile guidata da uno dei suoi luogotenenti, Teshome Shancut, viene individuata da un ricognitore della Regia Aeronautica italiana mentre si dirige verso l’Amazegna Washa.

Il gruppo è formato da qualche centinaio di guerriglieri e un gran numero di feriti, anziani, donne e bambini. Il 3 aprile le truppe italiane cominciano l’assedio della grotta ma si gli abissini sfruttando le ripide pareti ai lati della caverna riescono a contrastarle efficacemente e nonostante i ripetuti sforzi degli ascari la situazione non si sbroglia. Dopo sette giorni di assedio, dopo aver constatato che neppure l’impiego di artiglieria e lanciafiamme bastava, il comando italiano decise di richiede l’intervento del plotone chimico della 65ª Divisione fanteria “Granatieri di Savoia”, dal porto di Massawa in Eritrea. Il reparto agli ordini del sergente sergente maggiore Alessandro Boaglio che nel dopoguerra diede un ampio resoconto sull’episodio, giunse con un centinaio di proiettili di artiglieria carichi di arsina e una bomba aeronautica contenente circa 212 chili di iprite.

Il 9 aprile il plotone chimico, dopo aver travasato l’iprite all’interno di 12 bidoncini collegati a dei detonatori elettrici, li cala di fronte all’entrata della grotta e li fa esplodere. Così ha inizio l’inferno di Amazegna Washa. Il gas provoca la morte dei difensori che si trovano all’imbocco e penetra nella caverna, i rifugiati e i partigiani nell’antro sono allo stremo delle forze. Il gas ha intaccato il lago interno alla grotta, unica fonte d’acqua per gli assediati, così l’11 aprile la colonna composta da partigiani, donne e bambini comincia a uscire. Gli uomini, circa 800, vengono immediatamente fucilati a gruppi di cinquanta sull’orlo del burrone, mentre donne e bambini sono trattenuti per breve tempo nei pressi del campo militare italiano e poi liberati ormai moribondi.

Il caso, praticamente dimenticato, è riemerso nel 2006 grazie agli studi del giovane ricercatore dell’Università di Torino Matteo Dominioni, allievo dello storico Angelo Del Boca che ha ritrovato una serie di documenti nell’ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito, dopo che nel 1996 il governo Dini desecretò i documenti dell’epoca. Dominioni pubblica la sua ricerca e poi scrive il libro Lo sfascio dell’Impero: gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza, 2006 portando alla luce i dettagli della vicenda che violò la Convenzione di Ginevra e che dalle testimonianze raccolte eleva in numero delle vittime ad almeno 5 mila dentro e fuori l’Amazegna Washa, ma appare più verosimile affermare che i morti dentro e fuori la caverna furono tra 800 e 1.500.

Sempre secondo Dominioni a dare l’ordine di usare i lanciafiamme, a richiedere l’impiego del plotone chimico e a comandare i plotoni di esecuzione fu il tenente colonello degli Alpini Gennaro Sora, in quel momento a capo del XX battaglione eritreo. Eroe della Grande Guerra dove si guadagnò bene tre medaglie d’argento egli è anche conosciuto come “eroe del polo” in quanto nel 1928, venne posto al comando degli 8 alpini che parteciparono alla seconda spedizione che il generale Umberto Nobile intraprese per raggiungere il Polo Nord con il dirigibile Italia. Gennaro Sora è anche molto conosciuto in quanto autore nel 1935 della famosissima “Preghiera dell’alpino”.

Altre fonti mettono in dubbio, la ricostruzione appena narrata. Come riporta il sito internet della sezione bergamasca dell’Associazione Nazionale Alpini, Giampaolo Rivolta ingegnere chimico e speleologo, dal gennaio 2009, in più spedizioni ha esplorato a fondo, studiato e filmato la grotta, confrontando il materiale scientifico raccolto con i racconti dei superstiti della battaglia del 1939 e traendone conclusioni in parte diverse da quelle di Dominioni. Pur collimando in molti punti la ricerca di Rivolta asserisce che mentre tutti gli uomini armati vennero uccisi, non solo le donne e i bambini, ma anche i ragazzi furono risparmiati. Dall’esperienza a Zeret Giampaolo Rivolta ha tratto un libro che spera ora di pubblicare, grazie all’impegno assicurato dal Comune e dagli alpini di Foresto Sparso, paese natale di Gennaro Sora.

Chi volesse leggere l’articolo completo può farlo cliccando sul link sotto riportato:

http://sede.anabg.it/rassegna-stampa/29-anno-2011-semestre-1/168-gennaro-sora-in-etiopia-lnessun-massacro-ingiustificato-a-zeretr.html

Consultando altre fonti molte sminuiscono il ruolo di Gennaro Sora nella vicenda addirittura non fanno cenno al massacro, come nel libro scritto da Luciano Viazzi “Il capitano Sora l’eroico leggendario alpino” nel quale nelle quattro pagine dedicate alla battagla nella grotta non vien fanno nessun cenno sui massacri seguiti all’operazione. L’ex  l’ex Presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel 2010 definì “fesserie” le scoperte di Dominioni in un comizio di Alleanza Nazionale. La verità come in tutte le vicende simili esasperate da una parte o dall’altra sta probabilmente a metà, comunque occore sottolineare che se da parte italiana venne constatata la morte di 1 ufficiale italiano e di 122 ascari e il ferimento di 6 ufficiali e 370 ascari, la battaglia fu dura e non si trattò di una operazione condotta contro colonne di donne e bambini.

Prima di chiudere ricordiamo che Teshome Shancut, uno dei luogotenenti di Aregai riuscirà a fuggire indenne insieme a 15 guerriglieri dalla caverna. Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci Vi diamo appuntamento al prossimo. Mi piace e commenti e/o suggerimenti su come migliorare l’articolo e il blog in generale saranno molto graditi.

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